Daniele Silvestri – Acrobati

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Eppure c’era stato un tempo,  me lo ricordo solo io,  in cui niente rimaneva dentro  e il tuo pensiero era il mio. Lo so, è passato tanto, un milione di milioni di anni fa,  quando tutto era tutto, mentre adesso è la metà”.

13094299_1118385071534759_2618434160785876098_nL’oblò da cui ci parla Daniele Silvestri è quello della consapevolezza, della maturità, del definitivo sorpasso dalla saggezza all’arrivo sull’isola dei sapienti. “Acrobati” è una confessione, un agglomerato colorato di interiorità e massime non latine, ma romane (o ancora meglio, romanesche). L’andamento dell’album stupisce. Montagnoso, sregolato e inaddestrabile anche al terzo ascolto. Pezzi toccanti e a volte melensi si contrappongono a una varietà multietnica di suoni sorprendente. L’artickmonkeysismo di “Un altro bicchiere” è degno delle migliori british band emergenti, la sanguinosa e violenta “Guerra del Sale” sostenuta insieme al bon Caparezza sancisce la spaccatura della tracklists in due mezzi della stessa frazione, al punto più alto della montagna russa. Quelli che potremmo definire gli ammortizzatori dell’album, che ne rallentano l’andamento ritmico ma ne innalzano quello motivo, mostrano la solita, stuzzichevole e particolare, penna di Silvestri (“E noi che siamo in mezzo a queste ali impavide non siamo niente o siamo tutto. Lasciarci trasportare è stato facile ma adesso ritornare giù non sembrerebbe giusto. Dovremmo resistere. Dovremmo insistere. E starcene ancora su, se fosse possibile”).

daniele-silvestri-acrobatiLe allitterazioni di “Alibi” aprono la porta alla tachicardia. L’album è cosmopolita, testualmente e musicalmente. Si spazia dal semplice chitarra-voce (“A dispetto dei pronostici”), al blues disilluso (“Pensieri”) per arrivare a interessanti spunti sintetici ed elettronici che si aggirano per tutti i pezzi. L’omaggio al Bataclan nel brano d’apertura non lascia scampo, la dedica finale alla città eterna, alla sua città, ci ricorda che ogni qual volta Silvestri prende per mano Roma e decide di farne un pezzo ne esce fuori qualcosa di emozionante. La tranquillità, quasi simile a un forma di disinteresse, delinea l’allontanamento con cui Silvestri descrive ciò che gli capita, in modo casuale e insofferente, nello stesso modo con cui, disinvoltamente nella copertina sta eretto su una corda alla Harry  Houdini.

Daniele. Possiamo decidere di chiamarlo così. Senza cognome, città d’appartenenza o quello lì della Paranza…Daniele è diventato un personaggio importante nella sfera musicale italiana, un personaggio serio e, soprattutto, a cui tutti vogliono bene. Nonne, mamme, sanremesi, non sanremesi, mainstream, rapper, musicisti impegnati. Sarà per il triumvirato con Fabi e Gazzè, sarà per Occhi da orientale, sarà per la sdruccevole semplicità che lo caratterizza in tutta la sua unicità artistica, sarà per quest’album.

Le tre risposte del Demiurgo:

Silvestri…volevo dire Daniele, è ripetitivo? Non sarebbe giusto definirlo ripetitivo. Pur scrivendo spesso di cose simili riesce a farlo sempre in mondo diverso. Quindi no.

E’ possibile ascoltare un brano di chi si è presentato a Sanremo con “La paranza”? Qui c’è un discorso ontologico e primordiale da fare, quale carica che mi compete, la musica non appartiene agli snob e al pregiudizio. Ascoltare con pregiudizio un brano, o ancora peggio non ascoltarlo proprio, sarebbe come decidere di smettere di scrivere musica per aver scritto, un giorno, molto lontano, una schifezza. E Daniele è la chiara dimostrazione che non è così.

Cosa bisogna aspettarsi da Daniele in futuro? La sorpresa, la stessa quando vediamo/ sentiamo Acrobati.

VOTO: 8

ultimo aggiornamento:
Carlo Facente

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