Radiohead – A Moon Shaped Pool

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13410635_1166183376767190_1046537148_oDreamers, we never learn. We are just happy to serve, you

 

Cinque sono gli anni che separano temporalmente “The King of Limbs (album uscito nel 2011 per la XL) e il panzerotto appena sfornato da Thom Yorke e soci. Sono stati cinque anni di transizione, di silenzio, di ammutinamento. Nessuna news, nessun concerto con la band, nessuna informazione su qualche possibile nuovo lavoro. Yorke nonostante questo non è riuscito a stare fermo neanche una settimana. Feat, collaborazioni con tipi come Mark Pritchard, Bjork, Burial, Apparat e Modeselektor.

L’uomo lucertola, come lo chiamavano i bulli oxfordiani per via della sua evidente malformazione facciale, ha pubblicato nel 2013 “Amok”, un delizioso album con la sua band da campeggio, gli Atom for Peace (di cui fa parte anche Flea, bassista dei Red Hot) e un anno dopo “Tomorrow’s Modern Boxes”, una confessione introversa da cameretta senza finestre. A fungere da ciliegina è la comparsa di Tom in una sketch russo che pubblicizzava un medicinale per l’insonnia. Addirittura sembra che Yorke abbia diretto nel calare dell’estate del 2015 un Dj set a Leopalooza davanti sette-otto persone. Quando si comincia a mitizzare un artista e a raccontarne le famose leggende metropolitane, si oltrepassa il campo musicale e si salpa sulla nave del “fenomeno”, di cui si parlerà fra poco.

Scossa definitiva è stata data dal piastratissimo chitarrista Johnny Greenwood che, nel luglio 2014, annuncia alla BBC che i Radiohead presto torneranno in studio. I membri, ognuno in uno stato europeo diverso, comunicano via email, scambiandosi registrazioni, piccoli e monosillabici messaggi. I Radiohead tornano in studio, dove porteranno a termine il loro nuovo album dopo circa un anno e mezzo, come al solito, in silenzio. Il tempo passa e i fans più sfegatati caricano e ricaricano la pagina ufficiale dei Radiohead giornalmente, speranzosi di avere qualche novità, i grandi ammiratori si dimenticano che debba uscire questo stramaledetto album e gli occasionali inseriscono ancora Creep nella playlist della doccia. Fino a quando il 2 maggio inizia la insurrezione.

I Radiohead scompaiono da i social. Facebook, Twitter, Instagram, Spotify. Post, link, foto: eliminato, tutto eliminato. Iniziano le prime polemiche, gli haters escono come funghi e ci si pone l’amletica domanda: scelta che deve essere interpretata come mezzo di marketing o ha a che fare con la diatriba Yorke/Web? L’inglese definì il Web un pisciatoio e se la prese in particolare con Spotify, che “ruba il lavoro ai musicisti” ed è the last desperate fart of a dying corpse (“l’ultima disperata scorreggia di un corpo morente”). Tralasciando quale sia stato lo scopo sincero dei Radiohead, il risultato è stato un risultato di marketing. Dei Radiohead se ne parlava nelle community, nelle fanpage, in televisione, nei pub, in chiesa durante l’omelia del prete. Ma l’alba di un nuovo giorno porta sempre novità, e il 3 Maggio i Radiohead tornano su i social e rendono noto il loro nuovo singolo Burn the Witch. Il 6 Maggio esce Daydreaming e il sito ufficiale sancisce che l’8 Maggio 2016 uscirà “A Moon Shaped Pool”, nuovo album dei Radiohead. La capacità mietitrice di Yorke non fa invidia a quella dell’Isis. Il risultato è pressoché lo stesso: clamore.

13413816_1166182800100581_1856835866_n10“A Moon Shaped Pool”, registrato a Saint-Rémy-de-Provence (patria di Nostradamus e Vincent Van Gogh), è il nono album dei Radiohead ed è composto da nove brani. Come se stessimo studiando le allegorie dantesche, cerchiamo di spiegarci questa scelta (sicuramente non casuale). Nove significa saggezza, intuizione, alta capacità di convincere ed emozionare e incapacità di governare i propri instabili stati d’animo. Descrizioni che sembrano starci a pennello sentendo l’album. Inoltre il nove è un numero sacro, perché raddoppio del tre (Triplice Triade), così come sacro, o meglio, importante è quest’album per i Radiohead. Un album pericoloso, uno degli album che si giudicano ancora prima che siano usciti. Copieranno se stessi? O saranno capaci di superarsi? Un album che doveva essere l’album della consapevolezza, un attestato verso quei capolavori scritti nel corso del ventunesimo secolo che avevano dato ai Radiohead il titolo formale di migliore band degli ultimi 25 anni. L’idea dei Radiohead è rischiosa, probabilmente la più complessa a cui potessero pensare.

Proporre tre inediti, e sei brani che, tra live e video amatoriali su YouTube, i fans avevano già ascoltato, ma condirli con qualcosa di nuovo. Nel disco si susseguono in ordine alfabetico, quasi a manifestare un’esigenza metaforica di ordine. Ad aprire i giochi è il singolo Burn the Witch, registrato nelle sessioni di “Kid A” (2000), che bacchetta così tanto l’ascolto che ne impedisce la categorizzazione di cui l’ascoltatore tipo è in cerca (“Mi piace o non mi piace?”). E’ chiaro come la pensa Yorke. E’ come se ci dicesse che il suo non deve essere un album facile, perché facile non deve essere l’interpretazione del pubblico, a cui non si deve assolutamente dare il potere di comandare l’album, perché l’album deve essere a comandare su chi lo ascolta.

La musica non è un ‘like’ su i social, non è sempre un Mi Piace o un Non Mi Piace; esiste l’ignoto, l’incomprensibile e Yorke ci si addentra completamente. Il risultato è pazzesco, pseudo recensori dopo neanche due giorni abbattono l’album, i fans esaltano ogni novità, ogni accortezza. E’ quello che vogliono i Radiohead, estendere il proprio caos emozionale nel sociale. Daydreaming è un colpo al cuore, il piano ha un andamento malinconicamente febbrile e inquieto. Se nei video di Lotus Flower e Ingenue Yorke aveva acquisito la fama di irrefrenabile ballerino, in quello di Daydreaming, diretto da Paul Thomas Anderson (regista di filmoni come “The Master” e “Il petroliere”, per cui Johnny ha composto le colonne sonore), cammina aprendo porte su porte, che lo portano in spazi vuoti o con gente che non lo nota, come se non esistesse.

Tra ospedali e lavanderie, trova il suo habitat nella solitudine di una caverna. Decks Dark è una Teardrop (Massive Attack) più frustrata; la chitarra acustica sbizzarina di “Hail to the Thief” (2003) ritorna in Desert Island Disk e Present Tense; Ful Stop e Identikit (già conosciute perché suonate nel tour del 2012) sono ballate claustrofobiche, quelle che i fans vogliono sentire. L’album si conclude con True Love Waits, brano riprodotto nel 1995 che, pur non godendo fino ad oggi di spazio discografico (meritatissimo), è sempre stato uno dei pezzi più sentiti e apprezzati dagli ascoltatori. Una perla profumata, una luccica come unica fonte di luce che gioca a nascondino, un bacio sul collo.

Le tre risposte del Demiurgo: Cos’hanno i Radiohead che le altre band del ventunesimo secolo non hanno? Qualità, imprevedibilità e novità. Tutto mescolato insieme.

Thom Yorke  è più bravo a ballare o a camminare? A camminare.

A Moon Shaped Pool è nella Top 5 dei Radiohead? Assolutamente sì.

Voto: 8,5

ultimo aggiornamento:
Carlo Facente

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