I Sigur Ros all’Idays Festival di Monza

Enrica Tancioni
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sigur ros takkBianca come il latte, rossa come il sangue. Come il romanzo di Alessandro D’Avenia e come la musica dei Sigur Ros. Sì, perché l’unica data italiana del gruppo islandese è un paesaggio sonoro fatto di note, voce eterea e colori avvolgenti. Bianca come il colore della vita, la stessa suonata e cantata a Monza all’Idays Festival, e rossa come il sangue e la lava del vulcano pronta ad avvolgere e sconvolgere. In un continuo trip mentale capace di far passare in un secondo dall’atmosfera eterea del Paradiso, a quella sconvolgente dell’Inferno.

Sabato 9 luglio l’autodromo di Monza è pieno di persone e l’atmosfera è surreale. Da una parte il caldo afoso, 30 gradi alle 22.30, e dall’altra il contrasto tra l’erba dell’autodromo e la luna a fare da capolino nel cielo stellato. Ma prima della band inslandese salgono sul palco Shura e gli Stereophonics. E loro, i ragazzi gallesi, tengono banco per un’ora, tempo  in cui alternano i pezzi famosi, come Maybe Tomorrow e Have Nice Day a canzoni di vecchi album. Ma la folla si scatena al suono di Dakota. Poi un’ora di attesa. La crew prepara il palco. Poi escono loro i Sigur Ros.

Per un ora e mezzo di concerto in cui nulla è lasciato al caso, le immagini, i suoni, la voce di Jonsi e la grande musica dei Sigur Ros, raffinata e curata. Il gruppo riesce a far sprofondare il pubblico in un abisso di emozioni, in una lenta discesa negli inferi e una veloce risalita verso l’universo e lo scoppio della vita. I Sigur Ros riescono a incantare, a lasciare il pubblico senza parole e senza fiato. E non perché gli ascoltatori abbiano intonato e cantato a squarcia gola i pezzi tratti dell’ultimo album, ma per la necessità di chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare nel paesaggio sonoro del gruppo islandese. Una cosa è certa: nessuno può e deve parlare.

sigur ros6Neanche i Sigur Rós lo fanno. Lasciano che a parlare sia la musica. E con lei le soluzioni visive scelte per accompagnare i pezzi. Laser che colorano la platea, una foresta di neon che illumina il palco e che è capace di far ritrovare la strada persa, clip dei video proiettati sullo sfondo, mentre la voce di Jonsi risuona in tutta l’area. Il pezzo di apertura è Óveður, nuovo singolo dei Sigur Ros eseguito già al Primavera Sound. Un viaggio onirico fatto per scoprire e riscoprire il solstizio d’estate. Sì, perché il singolo chiude il progetto “Route one” della band. Poi è un tripudio di immagini e suoni dei pezzi dei vecchi album, da Glosoli a Vaka, passando per E- Bow e Festival. In un pianeta sonoro che passa tra le atmosfere fredde, rarefatte e malinconiche alla luce primaverile, grazie alle chitarre e al rock di cui alcuni pezzi sono intrisi. In un’alternanza di suoni chiari come lampi e sonorità marcatamente malinconiche, come la luce dell’Islanda. Il live dei Sigur Ros è quindi  la conferma del sound che, fatto di lunghe suite mistiche, crea paesaggi sonori che ricordano l’atmosfera dell’algida Islanda condita da melodie orchestrali. Nella musica e nei live dei Sigur Rós convivono meravigliosamente la voce femminea, quasi bianca, del cantante, e le distorsioni noise delle chitarre. Il live assume le caratteristiche di una messa, in cui al posto dell’incenso, dell’organo e delle preghiere ci sono loro, i musicisti:  Jón “Jonsi” Þór Birgisson, Georg Hólm e Orri Páll Dýrason e la musica. Perché se esistessero gli angeli avrebbero sicuramente la voce di Jonsi.

Scaletta:

Óveður

Starálfur

Sæglópur

Glósóli

Vaka

Ný Batterí

E-Bow

Festival

Yfirborð

Kveikur

Hafsól

bis

Popplagið

Photo credit: Flavio Tancioni, Titti Galante e Gabriele Mauro.

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Enrica Tancioni
Enrica Tancioni

Enrica Tancioni nasce a Crotone il 6 Aprile del 1982, sin da piccola dimostra un interesse al limite del patologico per tutto quello che è colore. I pastelli a cera sono i suoi compagni di giochi preferiti, non se ne separa mai ed all’età di 6 anni.  

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