Cesare Basile, live report al circolo Arci “LeCentoCittà”

Melania
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cesare basile2C’era una volta un cantastorie. Anzi c’è ancora. Un aedo moderno che, mosso da passione e rabbia, educa alla memoria. Ed è Cesare Basile, cantautore catanese, che ha aperto sabato 7 novembre la terza edizione di “Shock in my town”, la rassegna musicale promossa dal circolo Arci LeCentoCittà con la direzione artistica di Michele Scerra. E sabato nello spazio intimo dell’associazione Cesare Basile ha messo in scena, con Simona Norato (tastiere) e Massimo Ferrarotto (batteria), uno spettacolo viscerale che ha mescolato sonorità blues e dialetto siciliano esibito come una medaglia di cui andare fieri.  In una ricerca continua sul senso dell’esistenza e dell’essenza delle cose e della realtà, Cesare Basile ha raccontato storie attraverso il suo ultimo lavoro “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”.

E l’ha fatto impersonando la figura di un moderno cantastorie. Come un menestrello, quella figura che ha definito: “personaggi importanti  della tradizione siciliana”, perché se da una parte “manovravano i pupi” dall’altra “raccontavano le storie del paladini di Francia”. Quegli uomini che conquistando anche le periferie cittadine “facevano muovere l’eterno contrasto tra bene e male”. Spesso in piccoli spazi, come i teatrini popolari creati in garage e piccole botteghe.

Foto di Gregorio Patanè

Foto di Gregorio Patanè

Ma i cantastorie “sono stati penalizzati e anche perseguitati, perché attraverso la cultura bassa, le storie e i racconti davano al popolo e ai braccianti la speranza di un cambiamento. Forse insegnavano la dignità e l’onore”. Ed è diventata pericolosa per Basile, perché “chiunque sarebbe ritornato a casa di cattivo umore”. Con la speranza di un cambiamento e la rabbia per la vita poco infelice che si conduceva. La stessa ravvia andata in scena alle CentoCittà, in uno spettacolo dedicato agli ultimi. In un’atmosfera poco rassicurante, perché Cesare Basile ha vomitato il proprio sdegno, ha preso a pugni con i testi e le canzoni dedicate ai derelitti. Con loro storie di arance, di pupi e di pupari. E di briganti.  Storie di libertà chieste agli altri e diventate imposizioni, “La libertà deve essere conquistata, mai chiesta”. Come accade a Nunzio che richiama alla mente le vicende dei Mille in Sicilia. Ma se “la libertà alleva miseria”, allora fa schifo. E la rabbia diventa un conato di vomito. In un’osmosi perfetta tra italiano e siciliano,  tra suoni acustici ed elettronici, in una perfetta compenetrazione che mescola temi della tradizione popolare con sonorità folk.

Lo sfruttamento del lavoro torna in U chiamanu travagghiu, una ballata pianoforte e voce, densa di figure, come gli “uomini per supplicare, davanti ai cancelli, lo chiamano lavoro, cercarsi un padroni, in una condanna perpetua della società data per naturale. Una condanna totale e consapevole, che porta Basile a  rifiutare La vostra misera cambiale. Mentre la title track dell’album “Tu prendi l’amore che vuoi e non chiederlo più” schiaccia l’occhio ai testi di deandriana memoria, come La carrozza del senato, si trascina coi ruffiani, sulle lapidi lisciate, dal baciamoci le mani.

cesare basileIl blues di Cesare Basile si perde a tratti per lasciare spazio a pezzi viscerali, corposi e densi di sicilianità. In una  tempesta emotiva, fatta di storie che sfiorano l’anima. Così il primo concerto della rassegna “Shock in my town” ha registrato un grande successo di pubblico. Perché lì, nel circolo Arci, lo show ha incantato, grazie alla musica di Cesare Basile e al suo lavoro intenso, avvolgente, a tratti persino commovente. Un lavoro coerente, come la scelta dello stesso cantautore che nel 2013 ha rifiutato di ritirare il premio Tenco. A seguito infatti di una polemica con la Siae e il Teatro Valle Occupato sul tema dei diritti d’autore, Basile che collabora con il Teatro Coppola, teatro dei cittadini decide, spazio autogestito, decide di non ritirare la targa, perché il premio è vicino alla Siae. Lo scorso marzo si è aggiudicato tuttavia la targa come miglior disco in dialetto.

Ma Cesare Basile, così come il direttivo delle CentoCittà, si è ripreso il suo spazio. Non quello fisico, ma quello “spirituale, dimostrando che le cose si fanno senza sentire il bisogno di chiedere”.

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